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LA MILIZIA
VOLONTARIA
PER LA
SICUREZZA NAZIONALE
La sera del 25 luglio 1943, alle
22.47, dai microfoni dell’EIAR, Giambattista Arista lesse
all’Italia ed al mondo il comunicato ufficiale delle “dimissioni”
di Benito Mussolini e della nomina del Maresciallo d’Italia Pietro
Badoglio a nuovo capo del Governo.
Nelle sue memorie, pubblicate nel
1946, Badoglio racconta che molti, nella Casa Reale, nelle Forze
armate e tra i vari "congiurati" del 25 luglio, ritenevano che il
buon esito del colpo di stato sarebbe dipeso dall’intervento, o
meglio dal non intervento, della Milizia fascista.
Nella sola capitale, oltre a
numerosi reparti delle Milizie speciali, erano presenti una
legione di camicie nere e tre battaglioni “M”. A Ostia, sul
litorale laziale, era in attività la Scuola allievi ufficiali “M”
ed a pochi chilometri da Roma, a Campagnano, era acquartierata la
Divisione corazzata “M”.
Quest’ultima grande unità si era
radunata nella zona di Chiusi sul finire del mese di maggio del
1943 ed era stata costituita ufficialmente il 25 giugno 1943.
Disponeva di una forza complessiva di oltre 5.700 uomini, in buona
parte veterani dei battaglioni “M” distintisi sul fronte russo ed
era, tra l’altro, dotata di 36 mezzi corazzati tedeschi, tra carri
armati dei tipi PZKW IV G e II N e semoventi Stu.GZ III, tutti
armati di cannoni da 75 mm, oltre a numerosi dei celebri pezzi da
88 mm anticarri ed antiaerei. Proprio pochi giorni prima, il 10
luglio, la divisione aveva eseguito un’esercitazione a fuoco alla
presenza del Duce e delle massime autorità militati italiane e
tedesche.
Quando si diffuse la notizia della
caduta di Mussolini (e poi del suo arresto), tutti i comandi della
Milizia, in Italia e nei territori occupati, rimasero in attesa di
ordini dal Comando Generale di Roma. Molti responsabili locali
domandarono e sollecitarono ripetutamente l’autorizzazione ad
agire. Ma altre furono le disposizioni trasmesse, infine, dalla
sede del Comando Generale situata nella grande caserma della
Milizia in viale Romania.
In effetti, nella notte tra il 25
ed il 26 luglio - dopo che nella capitale avevano già avuto luogo
alcuni occasionali episodi di reazione armata da parte di singole
camicie nere e anche di plotoni in servizio d’ordine pubblico nei
confronti dei più aggressivi tra i primi manifestanti, subito
riversatisi nelle strade - il XVI Battaglione "M" di Como, da poco
rientrato dalla Slovenia e dislocato nei pressi di Roma al comando
del console Marabini, si mise in marcia per raggiungere la città,
ma venne bloccato sia dalla presenza di unità del Regio Esercito
sia da un sopravvenuto, preciso ordine emanato dal Capo di S.M.
della Milizia stessa.
Nel corso di quelle prime e confuse
ore, il comando della Divisione "M" aveva a sua volta preso
contatto con la vicina 3a Divisione Panzergrenadieren tedesca al
fine di coordinare un'eventuale azione militare congiunta
sull'Urbe. Tuttavia, alla fine, né i tedeschi né la "M" si
mossero. Nel settembre del 1944 il comandante della Divisione "M",
console generale Alessandro Lusana, scrisse un lungo memoriale a
Mussolini sostenendo che il mancato intervento della propria unità
era stato causato dalla presenza in zona della divisione corazzata
"Ariete" del Regio Esercito che aveva costituito già la sera del
23 luglio, forse in vista di imminenti e importanti avvenimenti
politici, un posto di blocco sulla Cassia in località La Storta.
L’azione della divisione della Milizia fu però bloccata
soprattutto all'ordine ricevuto la notte tra il 25 e il 26 luglio
1943 da parte del generale Galbiati di "continuare tranquillamente
a sviluppare l'addestramento".
Posto che l’incarico di Comandante
Generale della Milizia era rivestito formalmente, sin dal 9
ottobre 1926, dallo stesso Benito Mussolini, l’onere di effettivo
vertice operativo della Forza Armata ricadeva sul Capo di Stato
Maggiore della Milizia. All’epoca della crisi del regime quest’incarico
era ricoperto, ormai da più di due anni, dal luogotenente generale
Enzo Emilio Galbiati, succeduto in quel ruolo ad Achille Starace
il 15 maggio 1941.
Galbiati, classe 1897, monzese e
“fascista dalla prima ora”, vantava un passato di valoroso
combattente e Mutilato della Grande Guerra. Tra il 1922 e il 1937
aveva percorso tutto il cursus honorum, da squadrista a Ispettore
Generale della Milizia Universitaria. Distintosi sul campo
dapprima in Etiopia e, nel 1940-1941, sul fronte greco-albanese al
comando di un raggruppamento CC.NN che da lui prese nome, era
stato più volte citato nei bollettini di guerra.
Al generale Galbiati si deve anche
l’idea della costituzione dei battaglioni “M”.
Durante la 187a (e ultima) seduta
del Gran Consiglio del Fascismo, dipanatasi la notte tra il 24 e
il 25 luglio 1943, Galbiati non aveva mancato di criticare
vivacemente e di votare contro l’ordine del giorno Grandi la cui
approvazione, come è noto, pose praticamente fine al regime. La
mattina del 25 fu quindi ricevuto dal Capo del governo a Palazzo
Venezia per poi accompagnarlo, alle 14.00 di quello stesso giorno,
al quartiere San Lorenzo duramente colpito nel bombardamento aereo
sulla capitale del 19 precedente. Nel corso della notte sul 25,
durante la successiva udienza mattutina e ancora in occasione
della visita pomeridiana nella zona sinistrata, Galbiati chiese
ripetutamente al Duce un ordine che lo autorizzasse a procedere al
sollecito arresto dei diciannove "traditori" del Gran Consiglio
che avevano approvato il citato ordine del giorno Grandi.
Mussolini però, confidando forse ancora una volta nel favore del
sovrano, sottovalutando la portata politica del voto del Gran
Consiglio e rincuorato dalla lettera di Cianetti con la quale il
ministro delle corporazioni aveva ritrattato il proprio voto
favorevole, non lo ascoltò.
Intorno alle 22 di quel fatale
giorno di luglio, infine, Galbiati, dopo aver scartato, alle otto
di sera, la possibilità di un intervento della Milizia parlando
con il vice segretario del Partito (e compaesano) Alessandro
Tarabili, un’ora dopo negò, al console Caromio l’autorizzazione a
far intervenire nel centro della capitale i reparti mobili della
Milizia, telefonò al sottosegretario agli interni Umberto Albini
pregandolo di comunicare “a chi in questo momento ha
responsabilità di governo che la Milizia rimane fedele ai suoi
principi e cioè: servire la Patria nel binomio Re e Duce”.
Convito, come avrebbe dichiarato dopo la guerra nelle proprie
memorie e in numerose interviste, che “l’indomani ci sarebbe stato
l’armistizio” e che l’intera, confusa vicenda di quelle ore fosse
avvenuta con l’avallo tacito del Duce, Galbiati preferì chiamarsi
fuori passando, il 26 luglio, le consegne ai generali del Regio
Esercito Quirino Armellini e Giuseppe Conticelli, designati da
Badoglio ai vertici della MVSN, uscendo silenziosamente di scena.
Nel settembre del 1943, come racconta nelle proprie memorie
Giorgio Pini, Mussolini ricevette
Galbiati alla Rocca delle Caminate; in quell’ultima occasione il
Duce "non gli contestò il mancato ordine alla Milizia di reagire
al suo arresto, ammettendo che il colpo di stato si era svolto in
modo tanto diabolico da confondere tutti". Galbiati fece
successivamente una breve apparizione testimoniale al processo di
Verona contro alcuni dei firmatari dell’ordine del giorno Grandi
senza poi più apparire nelle cronache della Repubblica Sociale.
Uscito indenne dalle vicende del
conflitto e da quelle, in parte ancora misteriose, dell’immediato
dopoguerra, si ritirò sulla riviera ligure, a Bordighera, dove
condusse una vita molto riservata sino alla morte, avvenuta a
Solbiate, in provincia di Como, il 23 maggio del 1982.
Nel 1950 Galbiati aveva dato alle
stampe un libro di memorie ove sosteneva ripetutamente la tesi che
il 25 luglio del 1943 la divisione "M" non era ancora pronta, in
quanto si trovava solo all'inizio di un vasto programma
addestrativo, e che comunque la mancata reazione armata della
Milizia al nuovo governo aveva di fatto evitato una guerra civile
nel momento in cui "la guerra continuava" contro un nemico che già
"calpestava il sacro suolo della Patria".
Con la destituzione di Galbiati la
Milizia, ad oltre vent’anni dalla sua costituzione, cessò di
esistere come forza armata indipendente ed uscì definitivamente
dalla storia d’Italia. Inizialmente “incorporata” nel Regio
Esercito (dando corso, contemporaneamente, alla trasformazione
della Divisione corazzata “M” in “Divisione corazzata legionaria
Centauro 2°”) la M.V.S.N. fu infine sciolta, il 6 dicembre 1943,
mediante il Regio Decreto 16 B emanato dal Governo Badoglio, ormai
riparato da quasi tre mesi al sud. Questo stesso provvedimento
dispose inoltre, per l’occasione, il definitivo scioglimento delle
ultime quattro legioni, trasformate poco prima in reggimenti di
fanteria, ancora presenti nell’Italia meridionale e insulare.
Le origini
Nel gennaio del 1922 ad
Oneglia, in Liguria, e nel settembre successivo a Torre Pellice,
in Piemonte, due diverse commissioni del Partito Nazionale
Fascista (P.N.F.) si erano riunite al fine di organizzare ed
inquadrare militarmente le varie “squadre d’azione” in vista
dell’imminente Marcia su Roma.
Una volta giunto al potere,
nell’ottobre del 1922, uno dei primi problemi che il fascismo si
trovò di fronte fu quello di inquadrare organicamente,
“conservandone intatto lo spirito e l’ardimento”, le squadre
d’azione trasformandole in una milizia di stato e non più di
partito. Mussolini incaricò a questo proposito un gruppo di
“fedelissimi” - Aldo Finzi, Cesare Maria De Vecchi, Emilio de
Bono, Italo Balbo e Attilio Teruzzi - di predisporre uno specifico
progetto di legge.
Dopo essere passato, il 28 dicembre
1922, attraverso il Consiglio dei Ministri approdando quindi, il
12 gennaio 1923, al Gran Consiglio del Fascismo, il provvedimento
assunse forza di legge 14 gennaio 1923 in seguito all’emanazione
del Regio Decreto n.31/1923 istitutivo della Milizia Volontaria
per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.) che entrò a sua volta in
vigore diciotto giorni dopo. La Milizia nacque pertanto
ufficialmente il 1° febbraio 1923 quale “Guardia armata della
rivoluzione”.
Gli articoli 1 e 2 dell’atto
costitutivo - convertito successivamente in legge - recitavano
testualmente: ”E' istituita una Milizia Volontaria per la
Sicurezza Nazionale. La M.V.S.N. è al servizio di Dio e della
Patria e agli ordini del Capo del Governo. Provvede, in concorso
con i corpi armati per la Pubblica Sicurezza e con il Regio
Esercito a mantenere all’interno l’ordine pubblico; prepara e
conserva inquadrati i cittadini per la difesa degli interessi
dell’Italia nel mondo”.
L'articolo 7 aggiungeva inoltre
che: "In caso di mobilitazione generale o parziale dell'Esercito e
della Marina, la Milizia fascista viene assorbita dall'Esercito e
dalla Marina in armi, a seconda degli obblighi e dei gradi
militari dei singoli componenti".
Anche se il Regio Decreto n.1292
del 4 agosto 1924 includeva la M.V.S.N. tra le Forze Armate dello
Stato la sua istituzione fu, di per se stessa, un fatto politico
di primissimo ordine, così commentato dallo stesso Mussolini in un
proprio scritto del 1927:
"La Milizia è il fiore,
l'aristocrazia, l'anima guerriera del fascismo. La creazione della Milizia fu il
fatto fondamentale, inesorabile, che poneva il governo sopra un
piano assolutamente diverso da tutti i precedenti e ne faceva un
regime. Il partito armato conduce al regime totalitario. La notte
del gennaio 1923, durante la quale fu creata la Milizia, segnò la
condanna a morte del vecchio stato demo-liberale […] che da allora
non fece che attendere di essere sepolto; il che accadde, con
tutti gli onori, il 3 gennaio 1925."
La Milizia fu organizzata sulla
falsariga delle antiche legioni di Roma con inquadramento
ternario: tre squadre formavano un manipolo, tre manipoli una
centuria, tre centurie una coorte e tre coorti una legione. Le
legioni furono inquadrate in Gruppi ed i Gruppi in Zone CC.NN.
(Camicie Nere) dipendenti dal Comando Generale di Roma.
Tale organizzazione fu modificata
il 1° settembre 1929 attraverso l'eliminazione delle Zone e la
costituzione in loro vece di quattro Raggruppamenti e di due
comandi CC.NN. delle isole. Il 1° ottobre del 1935 i
Raggruppamenti ed i Gruppi legioni furono soppressi e sostituiti
nuovamente da comandi di Zona e da comandi di Gruppi di
battaglioni CC.NN. Il 1° gennaio 1939, infine, si ritornò
all’originaria ripartizione del 1923 su Zone, Gruppi legioni e
legioni autonome.
La M.V.S.N. comprendeva, a sua
volta, la Milizia Ordinaria e diverse Milizie Speciali. La Milizia
Ordinaria, oltre a un ruolo speciale riservato ai quadrunviri ed
ai luogotenenti generali che durante la marcia su Roma avevano
esercitato funzioni di comando di colonna o assolto incarichi
speciali, annoverava tre categorie di ufficiali: quelli in
Servizio Permanente Effettivo (SPE), quelli compresi nei ruoli dei
Quadri e, infine, gli iscritti alla Riserva.
I comandanti di Zona, di Gruppo e
di Legione, con gli ufficiali ed i militi addetti, erano tutti in
SPE mentre tutti gli altri ufficiali erano, normalmente, in
congedo.
Gli ufficiali generali, quelli
superiori e i centurioni provenivano, a domanda, dalle file degli
ufficiali delle categorie in congedo dell’Esercito, della Marina e
dell’Aeronautica mentre i capimanipolo e i sottocapi manipolo
(equivalenti, rispettivamente, ai tenenti e ai sottotenenti)
potevano essere reclutati direttamente anche tra i civili ed i
sottufficiali. Gli ufficiali arruolati nella Milizia conservavano,
indipendentemente dal rango rivestito nel corso degli anni nella
M.V.S.N., il grado e l’anzianità loro attribuiti nelle categorie
in congedo dell’arma di provenienza.
Secondo le leggi istitutive della
M.V.S.N. alla nomina degli ufficiali si sarebbe dovuto provvedere
mediante Decreto Reale; tale disposizione venne però sospesa dal
R.D. n. 967 del 1925 mediante il quale si stabilì, sia pure
transitoriamente, che le nomine venissero fatte, nel rispetto di
nuove e più precise norme relative all'avanzamento, direttamente
dal Comando Generale della Milizia.
L’arruolamento nella Milizia era di
natura volontaria, avveniva su base provinciale ed era aperto ai
cittadini dai 17 ai 50 anni giudicati in possesso di determinati
requisiti fisici e morali. I militi non prestavano servizio
permanente; erano studenti, operai, artigiani, impiegati o
professionisti che venivano richiamati in servizio di volta in
volta per motivi di ordine pubblico, per l’istruzione militare o
in occasione di particolari cerimonie. La chiamata, che poteva
essere disposta dal ministro degli Interni, dal Prefetto o dal
Podestà, avveniva, tramite pubblici manifesti o, a livello di
reparto, mediante cartolina precetto. La mobilitazione generale
per motivi di ordine pubblico, viceversa, poteva essere disposta
solo dal Capo del Governo.
L'armamento individuale e di
squadra, praticamente identico a quello in uso nel Regio Esercito,
era depositato presso le varie caserme della Milizia e veniva
distribuito all'atto del richiamo, salvo essere restituito al
termine dell’esigenza.
L'uniforme era invece presa in
consegna e custodita dalla singola camicia nera. La Milizia
indossò sempre (in Europa) la medesima divisa in grigioverde del
Regio Esercito e, nelle colonie, quella color cachi,
distinguendosi con l’adozione esclusiva della camicia e, in
seguito, di una cravatta nera, oltre che per le fiamme nere
apposte sul bavero della giacca e dalla presenza di piccoli fasci
metallici in luogo delle stellette; il copricapo, infine, era il
caratteristico fez nero sostituito, per alcune specialità, dal
cappello alpino privo della penna.
La M.V.S.N. adottò inoltre sin
dall’inizio, come segno distintivo, il cosiddetto "saluto romano",
sia a capo coperto che scoperto, nella forma del braccio destro
teso obliquamente in avanti. Per tutti gli effettivi era
obbligatoria l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista.
Tra i compiti istituzionali della
Milizia figurava in primo luogo la preparazione pre e postmilitare
dei cittadini del Regno e la tutela dell'ordine pubblico, oltre a
particolari funzioni specializzate di polizia. Queste ultime
mansioni vennero assegnate a cinque Milizie Speciali: Ferroviaria,
Portuaria, Postelegrafica, Stradale e Forestale.
Erano viceversa specialità della
Milizia Ordinaria: la Milizia Confinaria, quella Universitaria, la
Milizia Artiglieria Contraerea e la Milizia Artiglieria Marittima
cui si aggiunse, in seguito, la Milizia Coloniale.
La M.V.S.N. disponeva inoltre di
propri autonomi servizi sanitari, religiosi e amministrativi,
oltre a una specifica opera di previdenza sociale.
L’organizzazione, ben presto assai ramificava, annoverava pure un
“Ispettorato delle Bande e Cori” affidato al console generale
maestro Giuseppe Blanc, autore, tra l’altro, della musica
dell’inno Giovinezza.
Non mancava neppure un Santo
Patrono della Milizia. La Santa Sede elesse infatti, in occasione
del Concordato, a protettore delle Camicie Nere il martire San
Sebastiano, già legionario di Diocleziano, che, legato ad un
albero, venne trafitto dalle frecce perché accusato di voler
convertire al cattolicesimo le legioni di Roma.
La M.V.S.N. in guerra
Già a pochi mesi dalla sua
costituzione la Milizia fu chiamata ad impiegare i propri primi
reparti in operazioni militari. Nel settembre del 1923, infatti,
tre legioni CC.NN. vennero mobilitate ed inviate in Libia. Agli
ordini del console generale Vernè i militi si distinsero in
occasione degli scontri di Beni Ulid, El Regima, El Zuetina e Got
el Sass contribuendo alla riconquista ed alla pacificazione della
colonia in gran parte perduta durante la prima guerra mondiale.
La buona prova offerta dalle
Camicie nere in Libia spinse il governo a rendere permanente la
presenza di reparti legionari in colonia. Il Regio Decreto n. 1166
del 1° maggio 1924 istituì, a questo scopo, due legioni permanenti
libiche: la 1a "Oea", a Tripoli, e la 2a "Berenice", a Bengasi.
La vera, prima e grande prova del
fuoco fu però rappresentata dalla Guerra d’Etiopia del 1935.
Alle prime luci dell’alba del 3
ottobre 1935 , dopo mesi di aspre tensioni succedutesi
all’incidente di Ual Ual del dicembre 1934, le truppe italiane
varcarono i confini del Mareb.
Il 10 ottobre l’Assemblea Generale
della Società delle Nazioni decretò le sanzioni economiche contro
l'Italia a decorrere dal 18 novembre successivo.
Gli effetti dell’embargo, come
noto, non produssero la chiusura del canale di Suez, non
bloccarono le importazioni di fondamentali materie prime quali il
ferro, il carbone ed il petrolio e non coinvolsero alcune nazioni,
come la Germania, gli Stati Uniti ed il Giappone, che non facevano
parte dell’assemblea ginevrina.
Al tempo stesso diedero impulso
alla politica autarchica del regime e rafforzarono il fronte
interno con un consenso che raggiunse il suo apice il 18 dicembre
del 1935 allorquando tutto il popolo italiano, dalla famiglia
reale al filosofo antifascista Benedetto Croce, consegnò la
propria vera nuziale ed altri oggetti d’oro per sostenere la
guerra e reagire all’assedio economico.
Per l’Esigenza A.O. (Africa
Orientale) la Milizia mobilitò sette inedite divisioni CC.NN. ("23
Marzo", "28 Ottobre", "21 Aprile", "3 Gennaio", "1° Febbraio",
"Tevere" e "Cirene"), oltre a due “Gruppi battaglioni CC.NN.”, una
coorte della Milizia Forestale e altri reparti minori autonomi per
un totale di 5.611 ufficiali e 162.390 camicie nere.
Da questi contingenti vennero
distaccati i reparti che contribuirono a formare le colonne “Starace”,
“Vernè”, “Agostini” e “Navarra”.
Mediamente, le divisioni CC.NN
erano formate da tre legioni, oltre a un battaglione mitraglieri,
un gruppo cannoni da 65/17, due battaglioni di complementi, un
autoreparto e servizi.
Sul fronte nord, agli ordini di
Badoglio succeduto a De Bono, e su quello sud, agli ordini di
Graziani, le camicie nere, alla pari dei soldati del Regio
Esercito, dopo la facile conquista di Adigrat, di Adua e di
Macallè, scrissero pagine di valor militare nelle battaglie di
Canale Doria, Mai Beles, Passo Uareiu, Amba Aradam, Amba Tzellerè,
Uork Amba, Selaclacà, Adi Abò, Passo Mecan, Lago Ascianghi, Ogaden,
Daua Parma, Gondar e Les Addas.
La campagna italo-etiopica, che da
tutti gli esperti militari del mondo veniva prevista come lunga ed
incerta, venne conclusa vittoriosamente in soli sette mesi.
Il 5 maggio 1936, alle ore 16.00 ed
alla testa delle truppe vittoriose, il maresciallo Badoglio
entrava in Addis Abeba.
Quattro giorni dopo, presso la
stazione ferroviaria di Dire Daua, ebbe luogo l’incontro tra i
legionari del fronte sud e quelli del fronte nord.
Il 4 luglio successivo, la società
delle Nazioni votò la fine delle sanzioni contro l’Italia.
Alla fine delle operazioni non
tutti i reparti di CC.NN. mobilitati per l’Esigenza A.O.
rimpatriarono; molti battaglioni formati da aspiranti coloni
rimasero infatti nella appena proclamata Africa Orientale Italiana
assolvendo, a un tempo, finalità di polizia coloniale e di
colonizzazione del vasto territorio dell’impero.
La successiva guerra civile
spagnola vide anch’essa la partecipazione delle camicie nere. Già
nel dicembre 1936, a cinque mesi dall’inizio inatteso delle
ostilità, sbarcarono a Cadice i primi reparti della Milizia.
Seguirono, nel giro di pochissimi mesi, ben tre divisioni CC.NN
(1ª "Dio lo vuole", 2ª "Fiamme Nere" e 3ª "Penne Nere") per un
totale di oltre 20.000 legionari. Dopo lo scioglimento della 1ª
Divisione, il corpo venne contratto, nel settembre 1937, a due
sole divisioni CCNN (più una proveniente dalle file del Regio
Esercito, la “Littorio”) contraendosi ulteriormente, due mesi
dopo, in omaggio alla politica di détente in atto con la Gran
Bretagna, a un'unica divisione di Camicie Nere. Nell'ottobre del
1938 anche quest’ultima grande unità della Milizia venne sciolta
lasciando infine in terra di Spagna, sino alla conclusione
vittoriosa della guerra, la precedentemente menzionata Divisione
“Littorio” con numerosi reparti minori e alcuni Gruppi di banderas
(alias piccoli battaglioni) di CC.NN. inseriti nell’organico di
tre brigate miste (elevate successivamente al rango, cartaceo, di
divisioni) italo - spagnole denominate "Frecce Nere", "Frecce
Azzurre" e "Frecce Verdi".
Nel corso del conflitto spagnolo le
camicie nere conquistarono Malaga e Bilbao, si batterono
valorosamente a Guadalajara, furono vittoriose a Santander,
Tortosa, Levante, Javalambre ed entrarono con le truppe
nazionaliste a Madrid ed a Barcellona dove, il 26 gennaio 1939,
sfilarono in parata, alla presenza di Franco, per festeggiare la
vittoria.
Nell'aprile del 1939 fu quindi la
volta dell’invasione dell’Albania, cui parteciparono anche sei
battaglioni della Milizia. Il 18 settembre di quello stesso anno
fu quindi costituita, nell’ambito del programma di sempre più
stretta unione di quel paese al Regno d’Italia, la Milizia
Fascista Albanese (M.F.A.), composta da un Comando, con sede a
Tirana, e da quattro legioni dislocate a Tirana, Coriza, Valona e
Scutari. Reparti di questa nuova Milizia, agli ordini di ufficiali
italiani e albanesi, vennero quindi impiegati durante la guerra di
Grecia lamentando un alto numero di caduti e dando altresì una
prova assai migliore rispetto a quella fornita, in quello stesso
frangente, dai sei battaglioni albanesi inquadrati nel Regio
Esercito e tosto ritirati dal fronte dopo i primi rovesci
contrassegnati da diserzioni di massa e ammutinamenti.
Il 10 giugno 1940, alle ore 18.00
dal balcone di Palazzo Venezia in Roma, Mussolini annunciò
l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania.
Il 10 giugno 1940 la Milizia poteva
offrire alla Patria in guerra una massa imponente di camicie nere
in armi.
La forza complessiva delle camicie
nere presenti in Europa e in Africa superava, infatti, le 350.000
unità a fronte, per esempio, di meno di 100.000 SS tedesche da
rapportare, a loro volta, a una popolazione germanica doppia
rispetto a quella italiana. Dopo l’esordio di ventotto battaglioni
CC.NN. (inseriti pochi mesi prima nella compagine delle divisioni
di fanteria del Regio Esercito quali reparti d’assalto ma privi di
specifico addestramento) sul fronte alpino francese, fu quindi la
volta della Grecia, che vide l’impiego di ben 56 battaglioni CC.NN.;
le perdite subite furono molto elevate, tanto da determinare lo
scioglimento, una volta conclusa quella campagna, di ben 27 di
questi reparti in quanto, data la composizione provinciale delle
Legioni, si era constata l’impossibilità per le federazioni di
rimpiazzare le perdite.
Nello stesso periodo si era inoltre
consumata la vicenda delle uniche tre divisioni CC.NN. esistenti
nel 1940 ("23 Marzo", "28 Ottobre" e "3 Gennaio"), tutte
consumatesi rapidamente in Africa Settentrionale tra il dicembre
1940 e il gennaio del 1941 tra Sidi el Barrani e Tobruch durante
la prima controffensiva britannica che portò alla perdita
dell’intera Cirenaica meritando, nel caso della “3 Gennaio”, il
plauso ed il rispetto dello stesso nemico.
Già il 29 ottobre 1940, peraltro,
l’“Ordinamento di guerra della M.V.S.N." aveva escluso
l’istituzione di nuove grandi unità divisionali formate da camicie
nere ed aveva disposto che a ciascuna divisione del Regio Esercito
venisse assegnata organicamente una legione della Milizia formata
su due battaglioni CC.NN. ed una compagnia mitraglieri.
Reparti della Milizia parteciparono
dunque, con le unità del R.E. ed i camerati dell’Afrika Korps,
alla riconquista della Cirenaica nel giugno 1941, al nuovo
ripiegamento del novembre/dicembre successivo, alla vittoriosa
riconquista di Tobruk, alla entusiasmante avanzata in Egitto, alle
tre battaglie di El Alamein ed alla strenua resistenza in Tunisia
nel maggio del 1943.
Nell'Africa Orientale Italiana, nel
frattempo, i complessivamente trenta battaglioni di camicie nere
dislocati laggiù presero parte a ogni fase di quella campagna,
dall’iniziale conquista della Somalia britannica fino alla difesa
sui troppo estesi confini dell’Impero e alla lotta contro la
risorta guerriglia etiope. Quest’impegno, culminato nella lunga
battaglia di Cheren, terminò, formalmente, con la caduta di Gondar
nel novembre del 1941. Nel corso di tutto il 1942, tuttavia,
gruppi di bande formate da elementi nazionali (in primo luogo
proprio camicie nere) e nativi continuarono combattere in Africa
Orientale un’ultima, eroica guerriglia nel Galla Sidama
fronteggiata dalla risorta armata del Negus affiancata da alcuni
battaglioni inglesi e greci.
L’inatteso, duro e spietato fronte
balcanico richiese a sua volta, tra Iugoslavia, Albania e Grecia,
l’impiego, soprattutto in compiti antiguerriglia, di
complessivamente ben 144 battaglioni di camicie nere tra il 1941 e
il 1943.
In Russia la Milizia fu
inizialmente rappresentata, nell’ambito del Corpo di spedizione (CSIR)
inviato laggiù nel 1941, dalla 63a Legione "Tagliamento".
Seguirono, l’anno successivo, data anche l’ottima prova offerta da
quell’unità, unico reparto della M.V.S. N. promosso sul campo alla
dignità di unità scelta “M”, tre Gruppi Battaglioni “M” ("Montebello",
"Leonessa" e "Valle Scrivia") inquadrati a loro volta nei due
Raggruppamenti C.C.N.N. "3 Gennaio" e "23 Marzo".
Le perdite totali dei dodici
battaglioni della Milizia sul fronte orientale furono, per contro,
assai elevate: dopo essere stati impiegati come riserva d’armata
per fronteggiare le offensive lanciate sul Don dall’Armata Rossa
nell’estate e nell’inverno del 1942, il 90% dei comandanti di
battaglione, il 70% degli ufficiali ed il 55% delle camicie nere
caddero in territorio sovietico.
Nel frattempo, con decorrenza 1°
ottobre del 1941, erano stati costituiti i primi battaglioni "M"
sopra menzionati. Si trattava di reparti scelti destinati a
rappresentare l’élite dei battaglioni CC.NN. e a fregiarsi delle
ben presto ambite "M" smaltate di rosso sovrapposte ai fascetti
sulle fiamme nere del bavero della giubba.
I primi a fregiarsi delle “M” rosse
furono le camicie nere del raggruppamento Galbiati (VIII – XVI e
XXIX Btg.) e della legione Leonessa (XIV e XV Btg.).
Complessivamente furono 22 i
battaglioni CC.NN. - oltre ai 4 della neonata specialità “da
sbarco” concepita nel 1941 in vista della mai realizzata invasione
di Malta - che divennero "M" nel corso del conflitto e che furono
inquadrati, al fine di accrescerne l’efficienza bellica, invece
che in legioni in Gruppi di Battaglioni “M”. Ogni Gruppo
Battaglioni “M” era costituito da due battaglioni d’assalto e da
uno di armi di accompagnamento.
La forza organica totale di ogni
Gruppo ammontava a circa 1.800 CC.NN..
Una menzione particolare meritano
inoltre le specialità della Milizia Artiglieria Contro Aerei (MACA,
già DICAT) e della Milizia Artiglieria Marittima (MILMART). La
prima, costituita su 22 legioni forti di ben 85.000 camicie nere
il 10 giugno 1940 e arrivata nel 1943 ad annoverare un numero più
che doppio di effettivi, aveva il compito di provvedere alla
difesa territoriale contro l'offesa aerea nemica armando un buon
numero di batterie a.a.
Alla MILMART era viceversa
affidata, alle dipendenze operative della Regia Marina, la
gestione delle artiglierie fisse schierate in difesa costiera ed
era organizzata su 10 legioni che impiegarono, per tutta la durata
della guerra, oltre 30.000 camicie nere. Gli ufficiali provenivano
dalle categorie in congedo dell'arma dell'artiglieria e, in misura
minore, delle file degli ufficiali anziani della Regia Marina
mentre la truppa era costituita (analogamente alla MACA) in buona
parte da volontari esenti da obblighi militari schierando così
giovanissimi avanguardisti, riformati, mutilati, reduci della
Grande Guerra e, addirittura, non vedenti, destinati in virtù
della loro particolare sensibilità acustica, all'impiego degli
aerofoni.
Quasi 40 battaglioni CC.NN. della
riserva, formati da elementi anziani e territoriali, furono
inoltre assegnati, nel corso della guerra, a compiti di difesa
territoriale e costiera.
L'8 settembre del 1943 i reparti
della Milizia rimasti al nord della congiungente Napoli - Bari e
quelli di stanza nei Balcani e in Francia rimasero, date le
circostanze, piuttosto compatti schierandosi, subito dopo (fatta
salva l’isolata eccezione del II Gruppo CC.NN. da sbarco, rimasto
in Corsica dopo che per primo vi aveva messo piede, e di alcune
coorti nell’Egeo) a fianco dei tedeschi e aderendo successivamente
alla Repubblica Sociale Italiana trasmigrando nelle file della
Guardia Nazionale Repubblicana (vera e propria erede della vecchia
Milizia) e dell’Esercito Nazionale del Maresciallo Graziani.
Al sud (una volta che si prescinda
da alcuni battaglioni passati a ranghi pressoché completi dalla
Sardegna al continente al fianco dei tedeschi) i circa dodici
battaglioni, ormai incorporati di nome e di fatto nel Regio
Esercito, impegnati in compiti di difesa costiera in Campania,
nelle Puglie e in Calabria al momento dell’armistizio seguirono le
travagliate vicende della locale VII Armata venendo però ben
presto sciolti.
Le quattro restanti, ultime grandi
unità di “legionari” già camicie nere, tra Legioni e Gruppi
Battaglioni da sbarco, rimaste in Sardegna e in Corsica e prive
ormai di un Capo di Stato Maggiore che le tutelasse e delle loro
stessa originaria ragione d‘esistere, dopo essere state dapprima
sveltamente trasformate in altrettanti reggimenti di fanteria,
furono a loro volta sciolte per ordine del governo Badoglio
all’inizio del 1944.
Ad oltre sessanta anni da quegli
avvenimenti, sopite le esasperazioni e le strumentalizzazioni di
parte, alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale deve
essere giustamente riconosciuto il proprio ruolo nella storia
militare italiana testimoniato dagli oltre 14.000 suoi Caduti e da
20 Ordini militari di Savoia, 90 Medaglie d’oro, 1.232 d’argento e
2.421 di bronzo meritate dalle camicie nere in Libia, in Africa
Orientale, in Spagna e su tutti i fronti del secondo conflitto
mondiale dove furono impegnate forze nazionali.
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