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GIUSTIZIA: ETERNA EMERGENZA

Giustizia: eterna emergenza

GIUSTIZIA: ETERNA EMERGENZA

La ripresa delle attività parlamentari dopo la sospensione feriale ha visto, nei giorni scorsi, il Governo richiedere – ed ottenere nuovamente – il voto di fiducia, da parte delle due Camere del Parlamento, intorno a cinque “priorità” di programma. Accanto a federalismo, fisco e mezzogiorno, l’Esecutivo nazionale ha nuovamente posto quali punti cruciali del dibattito e dell’azione politica i temi “giustizia”, e “sicurezza”, ribadendo la assoluta urgenza e necessità di una “riforma complessiva” della giustizia, soprattutto in ambito penale. Nella illustrazione alle Camere, la richiesta del voto di fiducia i tali ambiti ha indicato come vitali gli interventi di riequilibrio fra difesa e accusa, la soppressione di ogni uso politico della giustizia, la reintroduzione della responsabilità civile dei magistrati e la riduzione dei tempi di durata dei processi.

In termini più generali, la agenda politica nazionale ha evidenziato così, ancora una volta, la improcrastinabile necessità di avviare grandi riforme – organiche e strutturali – nel settore della giustizia, tali da contemperare efficienza e qualità del processo: occorre infatti operare, con assoluta urgenza, una riforma profonda che realizzi un’alta qualità della giurisdizione, la salvaguardia della collettività nei suoi effettivi bisogni di sicurezza, ma anche la tutela dei diritti di libertà dei singoli, ed il rispetto della persona. In tale ottica, va necessariamente riconsiderato anche il sistema sanzionatorio e della gestione delle pene, che non coinvolga soltanto aspetti organizzativi e normativi , ma lo stesso modus operandi della magistratura: è infatti necessario che Governo e Parlamento procedano decisamente, con misure efficaci, non solo sulla via della riduzione della durata dei processi, ma anche sul possibile ricorso a pene alternative alla sanzione detentiva, per affrontare e risolvere le cause remote e attuali della sofferenza dell’intero modello penale. Lo stesso sovraffollamento carcerario – evidenziato dalle condanne dell’Italia in sede comunitaria per “trattamento inumano e degradante” dei detenuti, e drammaticamente testimoniato dai recenti e ricorrenti episodi di suicidi in cella – piuttosto che con provvedimenti legislativi di “facili e gratuite scarcerazioni” va affrontato organicamente,  atteso l ‘assoluto stato di necessità in cui versano le carceri italiane: il “sistema giustizia” italiano fa infatti acqua da tutte le parti , con processi sempre più lenti, ma carceri sempre più sovraffollate (negli ultimi 15 anni si è registrato un incremento nel numero dei detenuti dai circa 25.000 detenuti del 1990 ai circa 70.000 detenuti di oggi, di cui il 33% circa è costituito da stranieri ed il 27% da tossicodipendenti).

A fronte di questa situazione, l’obiettivo da porsi è necessariamente più ampio della mera repressione e del diritto penale: sussiste infatti uno stato di necessità “strutturale”, legato al fatto che il carcere è sempre più una “discarica sociale” piuttosto che un luogo di possibile rieducazione, con le negative conseguenze anche sulla sicurezza dei cittadini, perché un carcere che non prova neanche a rieducare è un carcere che non fa nulla per ridurre la spirale perversa della recidiva che produce sempre nuova insicurezza. Questo stato di necessità strutturale si intreccia inestricabilmente con uno stato di necessità contingente, di tipo logistico, per cui alla privazione della libertà di un soggetto detenuto si aggiunge spesso una sanzione (non prevista da alcun ordinamento) consistente in una sostanziale inciviltà dell’esecuzione della pena detentiva. Solo attraverso una riforma organica, con interventi che vadano da una riattivazione della edilizia carceraria alla incentivazione delle misure alternative alla detenzione, sarà possibile preservare un minimo principio di certezza della pena, garantendo al contempo il sacrosanto principio secondo cui chi commette un reato deve sempre pagare.

Tale richiesta di garanzia e di certezza appare particolarmente avvertita tra gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, in quanto vi è il timore che possano dilagare frustrazione e demotivazione a fronte della vanificazione dell’impegno profuso e di risultati ottenuti: diversamente, i sacrifici sopportati dai poliziotti e, soprattutto, il danno e l’affronto subiti dalle vittime del reato sembrerebbero non contare davvero nulla.

Tutto questo appare decisamente necessario per evitare sì che le attuali condizioni di sovraffollamento delle carceri si aggravino ulteriormente, ma soprattutto per evitare che le reiterate, dolenti segnalazioni degli appartenenti alle Forze di polizia rimangano “voce giusta e vana”, come le profezie di Cassandra.

 

Avv. Sergio Rastrelli